Archive for the ‘Dark matter’ Category

Semplificati e non semplificati

Friday, July 1st, 2011

Crisi, pericolo e possibilità

Friday, July 1st, 2011

危机 = Weiji = Crisi
危 = Wei = Pericolo
机 = Ji = Possibilità
da cui ne deriva
Possibilità + Pericolo = Crisi
Crisi - Pericolo = Possibilità
Crisi - Possibilità = Pericolo


 

 

 

情色 VS 色情

Tuesday, June 21st, 2011

Erotica (情色) 和 Pornography (色情) 都是色情作品的意思。从内容上看,两者没有太大区别,都与性有关。

不同点

但后者Pornography (色情作品)含贬义,尤指那些被禁止的色情图片和作品,前者Erotica (情色作品)则逐渐被各国主流文化接受。后者简 单露骨,前者文雅含蓄,如果加点社会背景或政治佐料,前者还可成为艺术经典。在我国,情色被认为是一种艺术,而色情则显法律所禁止。提起情色片,人们首先会想到性爱画面,不少人因此误以为就是色情片。其实,情色片与色情片是不同的。从性爱场景的目的上讲,情色片是为了挖掘剧中人的心灵本源而借助的一种独特肢体语言,它有时传达着导演对社会的观点。性爱场面只在必要的时候起烘托作用,特写镜头不仅少之又少,而且大多以女性为主。例如《本能》中出现的性爱场面,就是剧情需要,因为莎朗·斯通所扮演的女作家要在男伴的高潮时刻实施她的杀人计划。情色片更注重对情感的刻画与氛围的营造。在1997年版的《洛丽塔》中,洛丽塔趴在花园草坪上读书,沐浴着明媚阳光,皮肤罩在朦胧的水雾下,她转眸间流露出的韵味,是情色片营造氛围的经典。电影《情人》则借电扇转速的快慢表现床戏的狂野与消退。《本能》中,莎朗·斯通坐着交替双腿的一幕,也因为强烈的诱惑内涵而显得余味悠长。

Quasi, neon.

Sunday, May 29th, 2011

E’ da due mesi che le luci al neon mi infastidiscono, non entro nei ventiquattrore, supermercati, seveeleven  senza corrugare sopracciglia e fronte. Alla fine mi abituo, con amarezza ci si abiuta a quasi tutto. I bancomat notturni, ugualmente li tengo alla larga il più possibile, ma quella sera, nel portafoglio non avevo neanche una banconota, ed ero stanca, cercavo un taxi. Anzi prima cercavo dei soldi, mi sembra di ricordare. Entro, scontrosa nei confronti dell’algida luce metallica. Arriccio il naso e cammino a testa bassa, una persona accanto a me, la sua immagine si riflette nel lucido pavimento che non fa che aumentare la mia stizza nei confronti dell’artificio in senso lato, emotivamente e praticamente. Mi accosto alla macchina sputasoldi a sinistra, la persona di destra se ne va. Sono sola. Cerco il bancomat e mi accorgo che poggiata lì, accanto alla bocca della sputasoldi, c’è una curioso sacchetto, stretto da un laccio blu scuro. Piano piano sciolgo il nodo e la curiosità apre la strada alla fantasia. Dentro banconote tailandesi, quelle violacee dai tratti bluastri, con il re di turno occhialuto, le riconosco con un balzo indietro nel tempo di dodici anni. Sono tante e nuove. Il sacchetto stretto si allarga sempre di più, il tempo si perde in quello che c’è al suo interno e lascia che lo stupore infantile veda, quello che c’è davvero. Una lunga collana fatta di conchiglie piccole piccole, ninete a che vedere con il kitsch da bigiotteria di primo livello. Tutto era perfettamente calibrato e di una finezza magistrale, saranno state sicuramente piccole mani e comporla. Minuscoli frammenti attorno a quello che avrebbe dovuto essere il perno tubolare di cui non si individua più l’esistenza. La forma è ricreata nuovamente. Argento. Sembra che non possa finire: il sacchetto si apre gentilmente, lasciando entrare la mano. Il vuoto si riempie di un ciondolo, una farfalla dalle ali allungate, stizzose nella loro femminilità, dal colore stridulo e immateriale nella sua consistenza, come quei rari tesori che popolano le menti dei bambini. Lo prendo in mano delicatamente e osservo gli intrecci di oro bianco, i perfetti lineamenti, avrebbe potuto volare e nessuno ne rimarrebbe stupito

I colori si cominciano a fondere, il viola acido delle banconote, l’argento di quei frammenti e la filigrana dell’ altezzoso lepidottero. Improvvisamente, sono scaraventata fuori il sacchetto si richiude, scompaiono banconote, collane e ciondoli. Una luce, non quella lì fastidiossa del neon, a cui quasi ci si abitua, ma quella dell’interno di una macchina, che si accende mentre si apre lo sportello, calda e rassicurante. Sono seduta, non capisco.

“Signorina, è arrivata a casa”

 

Domani e’ un altro giorno

Monday, May 16th, 2011

Mentre ascoltavo le sue parole soffrivo per l’ennesima volta del mio status di un po’ capisco un po’ no.

E’ vero mi affido alle sensazioni e a quello che lascia un’intero discorso, mentre continuo ad ascoltare imperterrita. Avrei voluto essere davanti ad un camino, con la traquillita’ nel sapere che comunque il tempo scorre senza che ci sia un colpevole e senza avere la sensazione di star perdendo qualcosa. Quando parlo la mia lingua, mi trovo sovrappensiero una marea di volte, l’interlocutore spesso non se ne accorge, succede a tutti, e quindi aggettivi, avverbi, quello che rendono colorato un passaggio anche se si perdono risuonano tra le orecchie e vanno dritti da qualche parte, per cui comunque posso affermare che rimangono li’, ci sono.

Quando parlo in na lingua che non e’ la mia, ho un’attenzione tripla per non lasciarmi sfuggire quello che naturalmente non riesco ad afferrare, mille le ragioni: il mio vocabolario ancora troppo scarno, la ricchezza della lingua cinese, i giochi di parole, le battute, l’accento dell’interlucutore, che ovviamente non e’ una macchina (o un presentatore televisivo, che quasi quasi sembrano tutte macchine dal perfetto mandarino)

Piu’ l’argomento mi interessa e piu’ mi sento frustrata per non riuscere ad esplicitare il mio pensiero in forma matura. Leggo tanto in questo periodo e so che dovrebbe aiutare, ma so perfettamente che alcune sfumature sono sottopelle, e la mia e’ una pelle diversa, piena di nei, di ricordi che non lasciano il mar mediterraneo e la Sardegna. Riflettono una cultura che si distanzia anni luce, sovrastrutture? Forse.

Ho sempre ritenuto gli uomini simili per cio’ per cui vale la pena di vivere, ossia poche cose ma fondamentali e forse basterebbe questo per non farsi’ che prevalga la frustrazione becera. Ma cazzo, mentre lui sfoderava storie, racconti, immagini, metafore, non riuscir a cogliere interamente la tavolozza dei colori continua a lasciarmi dentro insoddisfazione.

Manana es otro dia, ma non potevo andare in Argentina, chi me lo ha fatto fare?

Occhi

Monday, May 9th, 2011

Abituata a non vedere i particolari dei volti mi concentravo sulle immagini sfocate, cercando di definire chi fosse attorno a me. I bicchieri di vino non contavano, contavano le distanze fisiche. Due metri di distanza e tornavo nuovamente a riprendere il controllo della mia immaginazione che diveniva nuovamente realta’. Gli occhi fanno brutti scherzi qualche volta. Lasciano incompiuti i disegni dei volti, le linee tratteggiate senza cura, i nei possono scomparire, svanire chissa’ dove. I tratti caratteristici delle persone si mimetizzano con il colore della pelle che rende tutti umani, tutti un po’ simili tra di noi. Forse per questo ho sempre apprezzato e cercato quella lucentezza nello sguardo che prescinde dalla sfocatezza, qualcosa che buca d’improvviso, come la luce che improvvisamente si accende nel buio di un vicolo , che sia Pechino o Trastevere, e che non puo’ non incantare. Tutto questo e’ durato per molti anni, 3o anni circa.

Poi un giorno, tutto e’ cambiato. Sono rimasta allibita dai particolare, da come riusciamo ad essere caricaturali nel nostro piccolo, complici i nostri antenati che albergano nei nostri zigomi, sulla fronte, tra le sopracciglia folte, per non parlare dei piccoli nei che mi trovo ovunque sulle braccia e sulle gambe. Che vedo sui nasoni delle persone che mi sono sempre state vicino. Scopro per la prima volta, espressioni sottese che sono li’ che non vogliono bucare nulla nel buio, ma che da sempre esistono. Conscie della loro identita’. Adesso quindi mi perdo di nuovo in tutto questo magnetico mondo di delicati dettagli e robuste nervature. Mi concentro sempre sull’altro, non come facevo prima, nel tentativo di carpire, ma nella fascinazione che creano in me le mille espressioni che sottili non sono piu’.

Vedere bene, forse è come non vedere bene, se quello che riusciamo ad afferrare è sempre il troppo grande o il troppo piccolo.

Questioni di prospettive, rispose mia madre.

Liber Liber

Saturday, April 23rd, 2011

Sono convinta che lo sviluppo creativo dei progetti si basa sulla condivisione degli strumenti di lavoro e delle idee. Per diventare essere umani che sappiano dire qualcosa in modo alternativo, dinamico e efficace c’è bisogno di sharing. Per questo non posso che condividere, appoggiare e ringraziare i progetti come

www.liberliber.it

 

Grazie, un tassello in più per la cultura libera. Mercie.



Il carciofo

Friday, April 22nd, 2011

Sono due i vegetali mancanti in Cina: il carciofo e il finocchio. F da Shanghai si e’ messa all’opera, poi partira’ il bisnes di carciofi sott’olio made in Cina.

Bucato al sole

Wednesday, April 20th, 2011

E’ imprevedibile conoscere quell’istante. Catapultati nel ripido tunnel della memoria, nel vortice a spirale che vorremmo assecondare e farsi’ che, scivolando scivolando, vedessimo ancora quello che e’ gia’ avvenuto. Ritrovarsi nella stessa circostanza, tra nubi nere e cielo azzuro, mentre le robuste goccie torturavano le foglie che invece, sopportavano tutto. La corsa verso la casa di legno e le dita dei piedi nella sabbia, fino alle lenzuola. Immersa di nuovo in quell’odore. Diversi i vestiti, diverse le mani. E diversa l’aspettativa per il futuro.

Invece, il suono dall’esterno trasporta di nuovo tutto in superficie, il vortice al contrario, e via. L’altoparlante con la gracchiante voce ripetitiva rimane, ed attorno anche i volti delle persone, riprendono a parlare, attorno vendono libri, i banchi della fiera richiamano i clienti, che si avvicinano. Mais, te’, fumetti colorati, cataloghi pop art e vecchie calligrafie.

Era stato un silenzio, un frammento temporale che cercava di avanzare e vincere la lotta con il presente.  Nel suo piccolo, il suo effimero spazio l’ha avuto,  ma alla fine, cio’ che rimane e’ il costante ora che afferra tutto e non mola la presa.

In attesa ancora della vitale imprevidibilita’: sono i sensi che toccano qualcosa di perso, da qualche parte, tra la mente e il cuore.

 

“Pensi di andare fuori citta’? (non dire di no o che non c’e’ scelta)”

“E’ arrivato mio figlio, sto con lui finche’ e’ qui, tu come stai?”

 

David Foster Wallace – Questa e’ l’acqua

Saturday, April 16th, 2011

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per il conferimento delle lauree al Kenyon College, 21 maggio 2005

Saluti, ringraziamenti e congratulazioni ai laureandi dell’anno accademico 2005. Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: «Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?». I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: «Che cavolo è l’acqua?».
Negli Stati Uniti un discorso per il conferimento delle lauree non può prescindere dall’impiego di storielle d’impianto parabolico a scopo didascalico. Tra le convenzioni imposte dal genere, questa storiella è una delle migliori e con meno fronzoli… ma non temete: non sono qui nella veste del pesce anziano e saggio che spiega cos’è l’acqua ai pesci più giovani. Non io sono l’anziano pesce saggio. Il succo della storiella dei pesci è semplicemente che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere. Detta così sembrerà una banalità bella e buona, ma il fatto è che nelle trincee quotidiane dell’esistenza da adulti le banalità belle e buone possono diventare questione di vita o di morte, ed è su questo che vorrei soffermarmi in questa splendida mattinata tersa.

Certo, un discorso come questo presuppone che vi parli in primo luogo del significato della vostra cultura umanistica, che cerchi di spiegarvi perché la laurea che state per prendere ha un effettivo valore umano e non solo un tornaconto materiale. Vediamo perciò di affrontare il cliché in assoluto più diffuso in questo genere di discorsi, e cioè che scopo di una cultura umanistica non è tanto rimpinzarvi di erudizione quanto «insegnarvi a pensare». Se siete come ero io ai tempi dell’università, sentirvi dire una cosa del genere non vi sarà mai piaciuto, e anzi troverete un po’ offensivo che qualcuno pretenda di insegnarvi a come si pensa, visto che il solo fatto di essere entrati in un’università così prestigiosa dimostra che ne siete capaci. Ma partirò dal presupposto che il cliché degli studi umanistici non ha niente di offensivo, perché la vera, fondamentale educazione a pensare che dovremmo ricevere in un luogo come questo non riguarda tanto la capacità di pensare, quanto semmai la facoltà di scegliere a cosa pensare. Se la vostra totale libertà di scegliere a cosa pensare sembra fin troppo ovvia per sprecare il fiato a parlarne, vi chiederei di pensare ai pesci e all’acqua mettendo da parte, solo per qualche istante, ogni scetticismo sul valore delle perfette ovvietà.

Eccovi un’altra storiella didascalica. Ci sono due tizi seduti a un bar nel cuore selvaggio dell’Alaska. Uno è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo l’esistenza di Dio con quella foga tutta speciale che viene fuori dopo la quarta birra. L’ateo dice: «Guarda che ho le mie buone ragioni per non credere in Dio. Ne so qualcosa anch’io di Dio e della preghiera. Appena un mese fa mi sono lasciato sorprendere da quella spaventosa tormenta di neve lontano dall’accampamento, non vedevo niente, non sapevo più dov’ero, c’erano quarantacinque gradi sottozero e così ho fatto un tentativo: mi sono inginocchiato nella neve e ho urlato: “Dio, sempre ammesso che Tu esista, mi sono perso nella tormenta e morirò se non mi aiuti!”». A quel punto il credente guarda l’ateo confuso: «Allora non hai più scuse per non credere – dice -, sei qui vivo e vegeto». L’ateo sbuffa come se il credente fosse uno scemo integrale: «Non è successo un bel niente, a parte il fatto che due eschimesi di passaggio mi hanno indicato la strada per l’accampamento».

È facile analizzare questa storiella secondo i criteri classici delle scienze umanistiche: la stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza. Siccome diamo grande valore alla tolleranza e alla diversità ideologica, la nostra analisi di stampo umanistico non ci consente nel modo più assoluto di dire che l’interpretazione dell’uno è vera e quella dell’altro è falsa o disdicevole. Il che va benissimo, solo che così facendo trascuriamo puntualmente l’origine di tali impostazioni e credenze individuali, la loro origine, cioè, all’interno di quei due tizi. Quasi che l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza fosse cablato in automatico, come l’altezza o il numero di scarpa, o assorbito dalla cultura come la lingua. Quasi che il nostro modo di attribuire un significato non fosse questione di scelta personale e deliberata, di decisione consapevole.

C’è poi la questione dell’arroganza. Il non credente liquida con estrema petulanza e sicumera l’eventualità che gli eschimesi avessero qualcosa a che fare con la preghiera di aiuto. D’altro canto i credenti che mostrano un’arrogante sicurezza nelle loro interpretazioni non si contano nemmeno. E forse sono anche peggio degli atei, almeno per la maggior parte di noi qui riuniti, ma il fatto è che il problema dei dogmatici religiosi è identico a quello dell’ateo della storiella: arroganza, convinzione cieca, una ristrettezza di idee che si traduce in una prigionia completa al punto che il prigioniero non sa nemmeno di essere sotto chiave. Il punto secondo me è che il mantra delle scienze umanistiche – «insegnami a pensare» – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di «consapevolezza critica» riguardo a me stesso e alle mie certezze… perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto erronee e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospeso, toccherà a voi.

Ecco un esempio dell’erroneità assoluta di una cosa di cui tendo a essere automaticamente certo. Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa forma di naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se, sotto sotto, ci accomuna tutti. È la nostra modalità predefinita, inserita nei circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non avete vissuto una sola esperienza che non vi vedesse al suo centro esatto. Per voi il mondo è una cosa che vi sta davanti o dietro, a sinistra o a destra, sullo schermo del televisore o su quello del computer. I pensieri e i sentimenti degli altri devono esservi comunque comunicati, i vostri invece sono così vicini, pressanti, reali. Insomma, ci siamo capiti. Ma state tranquilli, non mi preparo a tenervi una predica sulla compassione, l’eterodirezione o tutte le altre cosiddette «virtù». Non è questione di virtù quanto della scelta di impegnarmi a modificare o a tenere a freno la mia naturale modalità predefinita, che è per forza di cose profondamente e letteralmente egocentrica, e vede e interpreta tutto attraverso la lente dell’io. Le persone capaci di adattare a tal punto la loro modalità predefinita sono spesso considerate l’esatto opposto dei «disadattati», termine che, vi posso assicurare, non ha niente di casuale.

Dato il contesto accademico è naturale domandarsi fino a che punto questo adattamento della modalità predefinita coinvolga il sapere o l’intelletto. La risposta, com’è prevedibile, è che dipende da che cosa intendiamo con sapere. La conseguenza forse più pericolosa di una cultura accademica, almeno nel mio caso, è che legittima la mia tendenza a essere cerebrale, a perdermi nelle astrazioni anziché prestare semplicemente attenzione a quello che mi succede davanti agli occhi. Anziché prestare attenzione a quello che mi succede dentro. Sono sicuro che ormai sapremo quanto sia difficile tenere alta la soglia di attenzione e non farsi ipnotizzare dall’ininterrotto monologo che si svolge dentro la testa. Quello che ancora non sapete è quanto sia alta la posta in gioco.

Sono passati vent’anni da quando mi sono laureto e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche «insegnano a pensare» in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. «Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, sarete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedire di trascorrere la vostra comoda vita da adulti da morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.

Potrà sembrare un’iperbole, o un’astrazione priva di senso. Perciò mettiamola sul piano pratico. Il fatto è che voi laureandi non avete ancora ben chiaro cosa significhi realmente «giorno dopo giorno». Ci sono interi aspetti della vita americana da adulti che vengono bellamente ignorati da chi tiene discorsi come questo. I genitori e i professori di una certa età qui presenti sanno benissimo a cosa mi riferisco. Mettiamo, per dire, che sia una normale giornata nella vostra vita da adulti: la mattina vi alzate, andare al vostro impegnativo lavoro impiegatizio da laureati, sgobbate per nove o dieci ore e alla fine della giornata siete stanchi, siete stressati e volete solo tornare a casa, fare una bella cenetta, magari rilassarvi un paio d’ore e poi andare a letto presto perché il giorno dopo dovete alzarvi e ripartire daccapo. Ma a quel punto vi ricordate che a casa non c’è niente da mangiare – questa settimana il vostro lavoro impegnativo vi ha impedito di fare la spesa – e così dopo il lavoro vi tocca prendere la macchia e andare al supermercato. A quell’ora escono tutti dal lavoro, c’è un traffico mostruoso e il tragitto richiede molto più del necessario e, quando finalmente arrivate, scoprite che il supermercato è strapieno di gente perché a quell’ora tutti gli altri che come voi lavorano cercano di ficcarsi nei negozi di alimentari, e il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbrutire, e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lì, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro così noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo… fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare «buona giornata» con una voce che è esattamente la voce della morte dopodiché mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera. Ci siamo passati tutti, certo: ma non rientra ancora nella routine di voi laureati, giorno dopo settimana dopo mese dopo anno. Però finirà col rientrarci, insieme a tane altre squallide, fastidiose routine apparentemente inutili.

Ma non è questo il punto. Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa. Perché il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giù di corda ogni volta che mi tocca fare la spesa, perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo mentre se ne stanno in fila alla cassa come tanti stupidi pecoroni con l’occhio smorto e niente di umano; e che odiosi poi quei cafoni che parlano forte al cellulare in mezzo alla fila. Certo che è proprio un’ingiustizia: ho sgobbato tutto il santo giorno, muoio di fame, sono stanco e non posso nemmeno andare a casa a mangiare un boccone e a distendermi un po’ per colpa di tutte queste stupide, stramaledette “persone”. Oppure, se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv, Hummer e pickup con motore da 12 valvole che bloccano la corsi bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti, possono riflettere sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sembrano sempre appiccicati sui veicoli più grossi e schifosamente egoisti, guidati dagli autisti più osceni, spericolati e aggressivi, che di norma parlano al cellulare mentre ti tagliano la strada per guadagnare sei stupidi metri nel traffico congestionato, e posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sperperato tutto il carburante del futuro, mandando in malora il clima, a quanto siamo viziati, stupidi, egoisti e ripugnanti, e a come fa tutto veramente schifo e chi più ne ha più ne metta…

Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale. È il modo automatico e inconsapevole di affrontare le prati noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo, e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose. Il fatto è che in frangenti come questo si può pensare in tanti modi diversi. Nel traffico, con tutti i veicoli che mi si piazzano davanti e mi intralciano, non è da eludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida; o al volante dell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada ci sia un padre che cerca di portare di corsa in ospedale il figlioletto ferito o malato che gli siede accanto, e la sua fretta è maggiore e più legittima della mia: anzi, sono io a intralciarlo. Oppure posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia. Vi prego ancora una volta di non pensare che voglia darvi dei consigli morali, o che vi stia dicendo che «dovreste» pensarla così, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richieda forza di volontà e impegno mentale e, se siete come me, certi giorni non ci riuscirete proprio, o semplicemente non ne avrete nessuna voglia. Ma quasi tutti gli altri giorni, se siete abbastanza consapevoli da offrirvi una scelta, poterete scegliere di guardate in modo diverso quella signora grassa con l’occhio smorto e il trucco pesante in fila alla cassa che ha appena sgridato il figlio: forse non è sempre così; forse è stata sveglia tre notti di seguito a stringere la mano al marito che sta morendo di cancro alle ossa. O forse è quella stessa impiegata assunta alla Motorizzazione col minimo salario che soltanto ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un problema burocratico da incubo facendole una piccola gentilezza di ordine amministrativo. Non è molto verosimile, d’accordo, ma non è nemmeno da escludere: dipende solo da cosa volete prendere in considerazione. Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in modalità predefinita – allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscirete a decidere che cosa venerare…

Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. È un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale – che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili – è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. È questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole, è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via.

Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli.
Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventato sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, con queste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli atri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.
So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararvi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua. Questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.