Fumetto alla cinese. Ding Cong. 丁聪

Consiglio a tutti di munirsi delle vignette di Ding Cong, fumettista di Shanghai. I libretti sono maneggevoli, al costo di soli 12.00 yuan, ci si procura della satira cinese, che da un po di respiro a chi come me a volte si stanca dell'austerità delle Santana a vetri oscurati, dei grossi palazzi stile sovietico, e che essendo cresciuta con Vauro si sente un po' più a casa.

Le vignette sono tante e spaziano soprattutto sulla Cina, percorrono eventi, fatti e cambiamenti. Da grende fine umorista coglie il punto più delicato e provocatorio, quello che detto e scritto potrebbe far davvero male, ma trasformato su carta non può che far abbozzare al lettore un sorriso maliziosetto. Descrive con sottile ironia le qualità del popolo cinese, quelle che si portano avanti da secoli. Qualità non è davvero la parola giusta, tutto quello che c'è dietro "l'uomo Cinese", famiglia, regole, partito, a moltissime altre. Invito davvero tutti a fare un ripasso storico con l'aiuto di Ding Cong. A me a fatto benissimo, ma soprattutto mi ha fatto ridere, dato che in questo periodo sta Cina, mi sta appesantendo l'animo. Viva la satira!

 

E il ministero alla fine parlò

Vi avrei potuto tediare ma non lo faccio per rispetto. Vi risparmio la noiosissima traduzione parola per parola. Brevemente accenno in sintesi le parole del portavoce del Ministero della Cultura cinese, che dopo aver taciuto, ragionato, riflettuto e spremendosi le meningi a sufficienza hanno comunicato con la stampa sul fattaccio dell'attrice islandese.

Il comunicato si divide in tre parti molto chiare:

Prima: ribadire a gran voce l'unità della Repubblica Popolare Cinese. "Nessuna nazione ha mai ammesso l'indipendenza del Tibet..."

Seconda: benvenuto a tutti gli artisti stranieri, purchè rispettino le leggi della Repubblica Popolare Cinese. In parole povere, cantare è cantare, fare politica è fare politica, due cose ben diverse.

Terza: da adesso in poi ci saranno controlli molto più seri su tutti gli artisti stranieri.

Insomma, la cara società paternalista ha colpito ancora, ha punito la bella islandese e i suoi successori. Sembra che in Cina, comunque il problema Tibet non sia per la maggior parte delle persone un vero problema, viene vissuto più dagli occidentaloidi e dai Tibetani (spero). Purtroppo non conosco tibetani se ne conoscessi onn smetterei di fargli domande. Dato che se il problema esiste adesso, esiste per loro. Sono loro a subire la cosidetta occupazione, sono loro che dovrebbero lamentarsi o urlare. Quello che mi ha fatto riflettere su tutta questa storia, non è la provocazione della fanciulla, non è il coraggio islandese, ma la reazione cinese. Caldo e accorato il popolo dei blog e dei forum, ma non mi sembra che abbiano riflettutto sul testo della canzone. Insomma non un solo approfondimento sulla situazione Tibetana, non una sola domanda su come davvero si sentono i Tibetani, sulla storia del Tibet o anche sull'esercito di liberazione e il suo arrivo a Lasha nel 1950. Insomma nulla di tutto questo, non c'è memoria pare nei discorsi fatti in rete, ci sono accuse agli occidentali ficcanaso, analisi sulla situazione islandese e di conseguenza sulla personalità di Bjork, ma nessuna (almeno da quanto ho letto io) riflessione sulla situazione tibetana. 

Sono perplessa.